WakeUpCall: “C’è troppa offerta e poca domanda, se vogliamo metterla sul piano business”

WakeUpCall sono una rock band di Roma, con diverse collaborazioni internazionali, tra le quali il produttore americano Beau Hill (più di 50 milioni di dischi venduti nel mondo con Alice Cooper, Eric Clapton e tanti altri) e più di 400 concerti in Europa e Asia. Il loro album “If Beethoven Was a Punk” (in lingua inglese) è una vera e propria opera rock che mischia la musica classica dei grandi compositori come Beethoven, Wagner, Mozart alla musica rock della band. Dall’album è nato un fumetto, dal fumetto un’app digitale e infine uno spettacolo teatrale (con vari sold out a Roma e in Italia). Il progetto vince il bando SIAE/SILLUMINA “Nuove opere multimediali” 2017. Nel 2019 con il loro primo brano in italiano “Tu Non Ascolti Mai” vengono scelti tra i primi 60 artisti (unica band Rock) su 840 per Sanremo giovani.
Il 15 Aprile 2020 esce il loro primo brano in italiano “Tu non ascolti mai” ed entra subito nella classifica degli artisti indipendenti italiani più trasmessi dalle radio per 8 settimane (arrivando fino alla posizione #20).
Grazie ai buoni risultati ottenuti dalla prima canzone in italiano, i WakeUpCall iniziano a scrivere tantissimo nuovo materiale in italiano. Nel 2021 iniziano le registrazioni di undici nuove canzone, che andranno a comporre il loro primo album in italiano. Il lavoro viene mixato da Andrea Pachetti (Zen Circus, Emma Nolde, Ros…) al 360 Music Factory Studio.

WakeUpCall, benvenuti su Rifugio Musicale! Rompiamo subito il ghiaccio e raccontateci la cosa più rock’n’roll che vi è successa!!!

Ci vorrebbe l’immunità parlamentare. Un giorno forse scriveremo un libro, che nessuno leggerà. Tornando al rocknroll, una sera in Polonia siamo stati cacciati da uno strip club. Non ricordo il motivo esatto, un po’ per colpa del whisky, un po’ perchè alcune cose è meglio non ricordarle, altre me le tengo per il libro sopraccitato.

Un’altra sera in Russia suonavamo in un locale di proprietà di una gang di bikers famosi in quella zona, che avevamo conosciuto a un festival l’estate precedente. Stavamo per iniziare il soundcheck, ma si presentato due scagnozzi della banda bikers al locale e prelevano (è la parola giusta, un gradino subito prima di rapimento) me e il chitarrista, mio fratello. Ci portano nel quartier generale dei bikers. Appena entrati c’erano due signorine nude per terra su un materasso insieme a un tizio che fumava una pipa. Una ventina di bikers belli cattivi che tiravano coltelli al muro e altre cose su cui sorvolerò. Io e mio fratello abbiamo cominciato a vedere se il cellulare prendeva per mandare un ultimo messaggio d’amore alle nostre famiglie. Alla fine ci volevano solo offrire da bere. A modo loro. Nel senso che non gli si poteva dire di no, erano le due del pomeriggio e siamo arrivati al locale completamente ubriachi, alle nove di sera, cinque minuti prima dell’inizio del concerto. Concerto che poi è andato comunque da paura.

Ora parliamo della vostra carriera discografica: quali sono state le principali variazioni subite dalla vostra musica? Cosa, invece, non vorreste cambiare mai?

La più importante è stata sicuramente la lingua. Siamo partiti che volevamo conquistare il mondo in inglese e per anni abbiamo scritto e pubblicato solo musica in inglese. Passare all’italiano non è stato facile e immediato e non lo abbiamo fatto per un qualche scopo commerciale, bensì è nato da un bisogno sincero di essere ascoltati anche a casa nostra, dalle persone con cui dividiamo le strade e le nostre città. Per il resto non mi sento di dire che la nostra musica abbia subito grandi variazioni, quello che non cambia mai è appunto la nostra voglia di fare sempre quello che ci piace, come ci piace. Sperimentando e complicando quando vogliamo, facendo i tre accordi magici quando invece preferiamo. E spero sia questo che non cambi mai, non essere prevedibili. Un giorno tirare fuori un album di rock e musica classica e il giorno dopo un pezzo che potrebbe vincere Sanremo (se non fossimo noi a pubblicarlo).

Osservando l’attuale panorama rock italiano, secondo voi cosa manca e cosa non potrà più tornare? Quanto vi sentite parte di questo panorama musicale?

A livello musicale non manca niente. Nel senso che ci sono talmente tante band valide in Italia che coprono qualsiasi sfumatura musicale al pubblico possa interessare. Il problema è che non hanno modo di farsi ascoltare, farsi conoscere. C’è troppa offerta e poca domanda, se vogliamo metterla sul piano business. Ma la domanda chi la crea e chi la decide? Il pubblico o chi veicola e indirizza il pubblico con i soliti quattro programmi tv, che uccidono l’arte da ormai più di 15 anni? Parliamoci chiaro ormai l’unico modo in Italia per diventare “grande”, non è con la tua musica, ma diventando un personaggio televisivo. Quello che non tornerà più in Italia sono i vari Ligabue, Negramaro, Negrita. Le band che si facevano strada dal basso con i concerti, con la forza esclusiva della loro musica. Senza dover passare per forza per la tv o Sanremo. Non c’è niente di male a passare in tv, sia chiaro. Il problema è che è l’unica via e ovviamente è autogestita da un circuito chiuso, dove comanda sempre la stessa azienda da sempre. Basta vedere i finalisti di questo ultimo Sanremo Giovani. Su 8, 6 sono sotto contratto con la stessa azienda. E nessuno fa rock. Ci sentiamo parte di questo panorama musicale? Non lo so. In questi anni abbiamo dovuto combattere con le unghie e con i denti per centimetri, per un pezzetto di nulla. La situazione è talmente buia per qualunque band che è più facile ricevere pugnalate alle spalle, che supporto, da chi si trova sulla stessa barca. Sarebbe bello sentirsi parte di qualche cosa di più ampio, ma non lo vedo, non lo sento, purtroppo. Siamo tanti, ma siamo soli.

Cosa potete dirci sul vostro nuovo singolo “Doveva essere una canzone d’amore”? Come continuerete a stupire i vostri ascoltatori? C’è un pubblico di riferimento a cui vi sentite particolarmente legati?

Questo è la terza canzone nuova che pubblichiamo, delle undici che andranno a comporre il nostro primo album. La prima “E allora balla” è uscita a Febbraio ed era un pezzo cupo e incazzato. La seconda “Verso casa” è uscita a Maggio ed è il singolone radiofonico, serio, con un testo introspettivo, che parla di speranza. Con questa terza canzone volevamo alleggerire un attimo il tutto e regalare qualche sorriso, parlando delle storie d’amore in chiave ironica. Non ci piace essere ne monotematici sugli argomenti affrontati, ne proporre sempre la stessa canzone. “Doveva essere una canzone d’amore” è un singolo quasi pop, non ci sono chitarrone pesanti e abbiamo aggiunto addirittura trombe e tromboni, grazie al genio musicale di Oliviero. Ci siamo divertiti molto a scriverla e registrarla e speriamo metta allegria anche a chi ascolta. Per tutti quelli a cui piacevano i WakeUpCall incazzati, non vi preoccupate, il disco ne avrà per tutti.

Proprio per questo non abbiamo un particolare pubblico di riferimento, siamo una band che potrebbe piacere a chiunque e questo ci penalizza nell’underground, ma noi come sempre ce ne freghiamo. Ultimamente ci consigliano di farci accostare all’indie italiano e andiamo in giro mentendo, postando l’hashtag #indie, ma parliamoci chiaro: uno, non abbiamo nulla di indie; due, l’indie non esiste.

Come prendono forma le vostre canzoni? Chi scrive il testo e chi la tessitura musicale?

Spesso scriviamo testo e musica insieme io e mio fratello, il chitarrista, che ormai viaggia a vele spiegate come compositore tra Londra e Roma, tra film, spettacoli teatrali e spot pubblicitari. Ogni tanto ci mettiamo in sala e proviamo a scrivere tutti insieme come facevano quelli bravi negli anni 70, col rischio che poi esca fuori un pezzo degli anni 70. Tireremo fuori pantaloni a zampa e foulard per il prossimo album…

C’è un rito particolare che siete soliti rispettare prima di salire sul palco?

In realtà mi sarebbe piaciuto tanto. Vedendo i video dei gruppi famosi che mi piacevano da piccolo, che si riunivano in cerchio e facevano qualche tipo di rito. Solo che ogni volta che iniziavamo un concerto dieci anni fa e provavo a fare questa cosa mi rispondevano tutti di andare a cagare. In effetti un conto è farlo nel backstage dello stadio di Londra, un conto è farlo al pub pizzeria davanti a quattro amici. Quindi alla fine il rito è diventato spesso “vabbè facciamoci una vodka prima di iniziare”.

WakeUpcall la nostra intervista è giunta al termine ed io vi ringrazio per essere stati con noi. Lascio a voi l’ultima parola: salutate i lettori con una citazione o con una frase tratta dalle vostre canzoni! Ciao!!!

“E giriamo il mondo, su un furgone rotto, suonando tre accordi, per quattro birre. Ma in fondo me ne frego, mi sta bene così, non cambierei nulla mai, a noi piace così”: dalla nostra canzone “Fortunati mai” disponibile su Spotify e tutte le piattaforme. Ciao ragazzi.