CONFERENZA STAMPA FILM | SERIE TV

“Lei mi parla ancora”, il nuovo film Sky Original di Pupi Avati su Sky Cinema e su NOW TV

L’8 feb­bra­io in pri­ma asso­lu­ta su Sky Cine­ma ore 21.15, On demand e in strea­ming su NOW TV, andrà in onda il nuo­vo film di Pupi Ava­ti dal tito­lo Lei mi par­la anco­ra (Sky Ori­gi­nal) con Rena­to Poz­zet­to, Fabri­zio Gifu­ni, Ste­fa­nia San­drel­li, Isa­bel­la Rago­ne­se, Ales­san­dro Haber, Lino Musel­la, Chia­ra Casel­li, Gioe­le Dix e Sere­na Gran­di. Il film è pro­dot­to da Anto­nio Ava­ti, Lui­gi Napo­leo­ne, Mas­si­mo Di Roc­co e Vision Distri­bu­tion in col­la­bo­ra­zio­ne con Duea Film con il soste­gno del­la Regio­ne Emilia-Romagna.

Lei mi par­la anco­ra è una sto­ria che si fon­da sull’assenza, nel­la con­vin­zio­ne che non esi­sta chi è più pre­sen­te dell’assente. L’assente del­la nostra sto­ria si chia­ma Cate­ri­na Caval­li­ni. A ottan­ta­no­ve anni, la gran par­te dei qua­li tra­scor­si accan­to al suo spo­so Giu­sep­pe Sgar­bi, ha lascia­to il mon­do. Que­sto l’in­ci­pit del roman­zo rie­vo­ca­ti­vo del loro lun­go matri­mo­nio che lo stes­so Sgar­bi scris­se coa­diu­va­to da Giu­sep­pe Cesa­ro, un gho­st wri­ter roma­no. E que­sto è anche l’incipit del mio film che tut­ta­via anzi­ché illu­stra­re gli even­ti rie­vo­ca­ti in quel­le pagi­ne, indu­gia su “come” quel roman­zo fu scrit­to. Sull’incontro fra due uomi­ni di età, cul­tu­ra, visio­ne del­la vita, dia­me­tral­men­te oppo­sti. Così, sen­za tra­di­re in alcun modo lo strug­gi­men­to che pro­du­ce l’opera let­te­ra­ria, sono riu­sci­to a far diven­ta­re que­sto rac­con­to cosa mia por­tan­do la cine­pre­sa nel back sta­ge di que­sta fuci­na crea­ti­va. E l’ho fat­to con­du­cen­do nei luo­ghi a me cari, in quel ter­ri­to­rio dell’anima che è la bas­sa pada­na, un grup­po di atto­ri in gran par­te nuo­vi al nostro cine­ma, atto­ri coi qua­li avrei volu­to da tem­po lavo­ra­re, atten­den­do l’occasione giu­sta. Da Fabri­zio Gifu­ni a Ste­fa­nia San­drel­li, da Isa­bel­la Rago­ne­se a Lino Musel­la, Nico­la Nocel­la e Joe­le Dix. Atto­ri che sono anda­ti ad aggiun­ger­si a inter­pre­ti già di fami­glia come Chia­ra Casel­li, Ales­san­dro Haber e Sere­na Gran­di. Chi pro­ba­bil­men­te ren­de anco­ra più incu­rio­sen­te que­sto cast è di cer­to Rena­to Poz­zet­to, atto­re comi­co cele­ber­ri­mo, chia­ma­to a una pro­va d’attore agli anti­po­di di quel cine­ma che gli ha dato un così vasto suc­ces­so. Rac­con­tan­do la sto­ria d’amore di Giu­sep­pe Sgar­bi cre­do di aver rac­con­ta­to una sto­ria uni­ver­sa­le, nel momen­to del­la sua ren­di­con­ta­zio­ne, quan­do l’intero per­cor­so è alle spal­le e ti tro­vi all’improvviso solo. Quel­la com­pa­gna di viag­gio con la qua­le hai spar­ti­to ogni istan­te, con la qua­le hai riso e urla­to, che hai ama­to e odia­to, quell’essere che ti ha visto in tut­te le sta­gio­ni, al tuo meglio e al tuo peg­gio, quell’hard disk che con­tie­ne tut­te le imma­gi­ni del­la tua vita, se ne è anda­ta. E allo­ra il solo modo per non ras­se­gnar­si alla sua assen­za e’ nel con­ti­nua­re a par­lar­le, rico­struen­do con sacra­li­tà ogni istan­te del­la loro unio­ne. Al con­clu­der­si del­la sto­ria abbia­mo volu­to, con­si­de­ra­ta la pas­sio­ne let­te­ra­ria di chi è rima­sto solo, evo­ca­re Pave­se con una rifles­sio­ne riguar­dan­te l’immortalità”. Pupi Ava­ti

Un auto­re sa scri­ve­re una sua sto­ria come se fos­se la sto­ria di chiun­que altro. E la sto­ria di chiun­que altro come se fos­se pro­pria. La pri­ma par­te di que­sto assio­ma risul­ta piut­to­sto sem­pli­ce: con­si­ste sostan­zial­men­te nel rac­con­ta­re quel che si cono­sce bene, e nel far­lo in modo tal­men­te one­sto che chi leg­ge (o guar­da il film) fini­sce con l’identificarsi in te. È la secon­da par­te che, a vol­te, può risul­ta­re più com­pli­ca­ta. Scri­ve­re la sto­ria di qual­cun altro come se fos­se la tua. Quan­do lo si fa si ha soprat­tut­to la ten­ta­zio­ne di esse­re reli­gio­sa­men­te fede­li ai fat­ti acca­du­ti, a vol­te anche trop­po, e si fini­sce col dimen­ti­ca­re che ciò che si sta crean­do è un pro­dot­to di fic­tion, un film, e che dovreb­be più di ogni altra cosa intrat­te­ne­re. Scri­ve­re un film da un roman­zo poi è anco­ra più arduo. Un libro ha infat­ti sem­pre già una sua ani­ma den­tro di sé, e una sua iden­ti­tà, e voler­ne trar­re un lun­go­me­trag­gio rap­pre­sen­ta ine­vi­ta­bil­men­te una sor­ta di vio­la­zio­ne di quel­la pre­ci­sa identità.

Quan­do mi accin­ge­vo ad affron­ta­re Lei mi par­la anco­ra ero dop­pia­men­te pre­oc­cu­pa­to: dove­va­mo rac­con­ta­re una sto­ria vera che era per di più un bel roman­zo. Ricor­do che les­si il libro con appren­sio­ne, pren­den­do len­ta­men­te dime­sti­chez­za con quei per­so­nag­gi e con quel­le vicen­de ma sem­pre con la sen­sa­zio­ne cre­scen­te di pro­fa­na­re un ter­ri­to­rio altrui. Un ter­ri­to­rio peral­tro sacro — quel­lo di Giu­sep­pe Sgar­bi — che pro­prio per que­sto però meri­ta­va di esse­re divul­ga­to anche attra­ver­so le imma­gi­ni. Ini­ziam­mo allo­ra a lavo­ra­re allo Script cer­can­do di imma­gi­na­re una chia­ve che tra­sfor­mas­se quel rac­con­to in una sce­neg­gia­tu­ra. Il roman­zo di Sgar­bi si pog­gia su una nar­ra­zio­ne ric­ca e arti­co­la­ta e per cer­ti ver­si ha già una strut­tu­ra fil­mi­ca in tre atti. Ma noi ave­va­mo biso­gno di qual­co­sa di più, ci ser­vi­va un ele­men­to che lo ren­des­se anco­ra più cine­ma­to­gra­fi­co. Lo tro­vam­mo, ci è sem­bra­to, nel per­so­nag­gio di Fabri­zio Gifu­ni, e nel­la sua tra­va­glia­ta vicen­da per­so­na­le che si intrec­cia­va in manie­ra armo­ni­ca ed omo­ge­nea con la vicen­da del pro­ta­go­ni­sta. I miei timo­ri, poco alla vol­ta, sta­va­no comin­cia­ro­no ad allen­ta­re la mor­sa. Mi accor­ge­vo che strut­tu­ran­do la sce­neg­gia­tu­ra, l’anima di quel rac­con­to così inti­mo in cui l’autore si era mes­so a nudo in modo così disar­ma­to, rima­ne­va ben visi­bi­le in fili­gra­na. Il sen­so ulti­mo e pro­fon­do del roman­zo insom­ma rima­ne­va impres­so in chi leg­ge­va la sce­neg­gia­tu­ra nono­stan­te la sto­ria fos­se sta­ta in qual­che modo ripen­sa­ta. E se quel sen­so pro­fon­do rima­ne­va for­te­men­te impres­so era per­ché lo ave­va­mo fat­to nostro, ci era­va­mo iden­ti­fi­ca­ti inti­ma­men­te con esso. Insom­ma for­se ci era­va­mo riu­sci­ti: ave­va­mo scrit­to la sto­ria di un altro come se fos­se sta­ta nostra”. Note di Sceneggiatura

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