MUSICA

Intervista | Lory Muratti : “Ogni qual volta io venga a contatto con una fonte di ispirazione si declina dapprima in un racconto”

Abbiamo intervistato con piacere Lory Muratti per scoprire Lettere da altrove, il suo nuovo ed originale spoken album.

Let­te­re da Altro­ve è un con­cept album com­po­sto da otto trac­ce che si ispi­ra­no alla serie video-nar­ra­ti­va idea­ta dall’artista duran­te il perio­do di loc­k­do­wn. Un’av­ven­tu­ra musi­ca­le, let­te­ra­ria e visi­va con la qua­le Murat­ti rac­con­ta la con­vi­ven­za di due aman­ti che si ritro­va­no ina­spet­ta­ta­men­te “impri­gio­na­ti” in un ex rico­ve­ro bar­che su un lago del Nord Ita­lia a cau­sa di una miste­rio­sa epi­de­mia. Un luo­go lon­ta­no dal mon­do che por­ta i pro­ta­go­ni­sti a navi­ga­re in un lim­bo sen­za con­tor­ni, scos­so non solo dal­le noti­zie che giun­go­no a trat­ti per vie digi­ta­li, ma soprat­tut­to dal con­ti­nuo muta­re del­le loro emozioni.

Ciao Lory Murat­ti. Intan­to è un pia­ce­re inter­vi­star­ti e cono­sce­re que­sto pro­get­to uni­co. Par­lia­mo del nuo­vo album Let­te­re da Altro­ve. Un appas­sio­na­to di musi­ca che non ha mai ascol­ta­to i tuoi bra­ni rimar­rà sor­pre­so nel sen­ti­re i testi reci­ta­ti piut­to­sto che can­ta­ti. Come mai que­sta scel­ta artistica?

Gra­zie a te Ales­san­dro per aver­mi accol­to sul­le pagi­ne del vostro Rifu­gio Musi­ca­le!
Il mio rap­por­to con la for­mu­la decla­ma­to-can­ta­ta con cui uso la voce in que­sto album ha ori­gi­ni lon­ta­ne ed è pro­fon­da­men­te lega­ta al mio modus ope­ran­di com­po­si­ti­vo. Da sem­pre affron­to la fase crea­ti­va par­ten­do da una dimen­sio­ne let­te­ra­rio-nar­ra­ti­va. È un approc­cio che nasce in me spon­ta­neo e che ose­rei qua­si defi­ni­re “urgen­za”. Ogni qual vol­ta io ven­ga infat­ti a con­tat­to con una fon­te di ispi­ra­zio­ne, qual­sia­si essa sia, que­st’e­spe­rien­za si decli­na dap­pri­ma in un rac­con­to e suc­ces­si­va­men­te nel testo di una can­zo­ne. Testo che pren­de for­ma scol­pen­do le pagi­ne che ho scrit­to ed estra­po­lan­do da lì paro­le, fra­si e imma­gi­ni che sono quin­di lega­te alla sto­ria nar­ra­ta in modo indis­so­lu­bi­le.
Que­sta è la for­mu­la con la qua­le mi sono da subi­to iden­ti­fi­ca­to da un pun­to di vista auto­ra­le ed è que­sta dina­mi­ca che mi ha gui­da­to alla ricer­ca di coor­di­na­te for­ma­li ed espres­si­ve che si sono, nel tem­po, con­na­tu­ra­te al model­lo con cui sono oggi soli­to pub­bli­ca­re i miei pro­get­ti. Lavo­ri in gene­re inter­di­sci­pli­na­ri dove dimen­sio­ne musi­ca­le e let­te­ra­ria (oltre che il più del­le vol­te visi­va) si intrec­cia­no come ani­me del­la stes­sa espe­rien­za artistica.

Dal rac­con­to che diven­ta testo di can­zo­ne sono quin­di pas­sa­to al roman­zo che si tra­du­ce in un con­cept album come nel caso di “Let­te­re da Altro­ve” dove la serie video-nar­ra­ti­va da cui tut­to il pro­get­to è sca­tu­ri­to ha rive­sti­to ini­zial­men­te il ruo­lo che sono soli­to dare al libro. Due dif­fe­ren­ti media, quel­lo musi­ca­le e quel­lo let­te­ra­rio, lega­ti però da un fil rou­ge sul qua­le si muo­vo­no in equi­li­brio luo­ghi, atmo­sfe­re e per­so­nag­gi. È in que­sto sce­na­rio che la voca­li­tà del­l’al­bum pren­de cor­po. Sen­ti­vo inol­tre il biso­gno, con que­sta pro­du­zio­ne, di tor­na­re alle ori­gi­ni del mio per­cor­so ripor­tan­do alla luce il model­lo espres­si­vo con cui usa­vo la voce nei pri­mi anni del­le mie espe­rien­ze com­po­si­ti­ve e, al tem­po stes­so, ave­vo la sen­sa­zio­ne che que­sta chia­ve di let­tu­ra sareb­be sta­ta in gra­do di gui­da­re l’a­scol­ta­to­re in modo anco­ra più sen­ti­to e “non media­to” all’in­ter­no del­la sto­ria che sta­vo raccontando.

Qua­li sono le tema­ti­che che affron­ti? Ci sono rac­con­ti autobiografici?

“Let­te­re da Altro­ve” è, come accen­na­vo, un con­cept album ispi­ra­to alla sto­ria da me pub­bli­ca­ta a pun­ta­te sul web duran­te l’i­so­la­men­to del­la scor­sa pri­ma­ve­ra. Una serie di video dove la paro­le scor­re­va­no sul­lo scher­mo accom­pa­gna­te da una colon­na sono­ra ori­gi­na­le che si è poi tra­spo­sta nel­l’al­bum di can­zo­ni di cui oggi par­lia­mo. È sta­to da subi­to mio desi­de­rio tra­sfor­ma­re un perio­do di incer­tez­za e sospen­sio­ne del tem­po in qual­co­sa che potes­si ricor­da­re non solo come un momen­to dif­fi­ci­le del­le nostre esistenze.

Ho così ini­zia­to a imma­gi­na­re un dia­lo­go a due con una figu­ra fem­mi­ni­le che si con­fi­gu­ra, come spes­so acca­de nel­le mie pro­du­zio­ni, sot­to sem­bian­ze qua­si sur­rea­li e meta­fi­si­che. L’ap­proc­cio è quel­lo del­l’au­to­fic­tion, trat­to comu­ne a tut­ti i miei roman­zi, e il con­te­sto nar­ra­ti­vo all’interno del qua­le di muo­vo­no i fat­ti è quin­di for­te­men­te bio­gra­fi­co. Un pia­no di real­tà che si mesco­la a ele­men­ti di pura fin­zio­ne mesco­lan­do così i pia­ni e annul­lan­do a trat­ti la distin­zio­ne tra ciò che è rea­le e ciò che è inve­ce frut­to del­l’in­ven­zio­ne let­te­ra­ria. È un pro­ces­so che mi ha sem­pre affa­sci­na­to e che mi ha por­ta­to, negli anni, a toc­ca­re ter­ri­to­ri ina­spet­ta­ti dove paro­la scrit­ta e vita vis­su­ta si con­fon­do­no influen­zan­do­si e riscri­ven­do­si reciprocamente.

Ho per­ce­pi­to ascol­tan­do l’album un sound inten­so e par­ti­co­la­re. I testi reci­ta­ti pos­so­no dare la sen­sa­zio­ne di ascol­ta­re un audio­li­bro. Ma in pra­ti­ca in che gene­re musi­ca­le ti collocheresti?

È una que­stio­ne aper­ta da tem­po anche con i miei col­la­bo­ra­to­ri. Ci tro­via­mo spes­so in dif­fi­col­tà nel defi­ni­re la mia musi­ca, soprat­tut­to in quei con­te­sti digi­ta­li dove è richie­sto di indi­ca­re gene­re e sot­to­ge­ne­ri sce­glien­do tra pos­si­bi­li­tà ben defi­ni­te e, il più del­le vol­te, asso­lu­ta­men­te incom­ple­te. È intui­bi­le che un disco di que­sto tipo fati­chi a esse­re inca­sel­la­to in un uni­co gene­re musi­ca­le. Quel­lo che pos­so fare però, con suf­fi­cien­te chia­rez­za, è indi­car­ti le coor­di­na­te musi­ca­li che, in misu­ra più o meno rico­no­sci­bi­le, van­no a influen­za­re da sem­pre la mia produzione.

In tal sen­so la pri­ma cosa da dire è che la mia for­ma­zio­ne uni­sce musi­ca clas­si­ca, alter­na­ti­ve rock e can­tau­to­ra­to tra­di­zio­na­le. Il mio incon­tro con la musi­ca è infat­ti avve­nu­to da bam­bi­no sedu­to a un pia­no­for­te. Stru­men­to rifu­gio dove uffi­cial­men­te stu­dia­vo Bach men­tre di nasco­sto sco­pri­vo gli chan­son­nier fran­ce­si e i song­w­ri­ter ingle­si in voga in quel perio­do. Dal pia­no­for­te mi sarei alza­to solo qual­che anno più tar­di per asse­con­da­re il col­po di ful­mi­ne che scat­tò in me da ado­le­scen­te nei con­fron­ti di chi­tar­re distur­ba­te e psi­che­de­li­che rive­la­te­si alla coscien­za con l’av­ven­to del­l’e­po­pea grun­ge, del­le deri­ve di musi­che spe­ri­men­ta­li, noi­se e psi­che­de­li­che e in segui­to del post rock. Sot­to que­st’ul­ti­ma cate­go­ria, ormai estre­ma­men­te espan­sa, cre­do si pos­sa inscri­ve­re mol­to del­l’ap­proc­cio con cui creo atmo­sfe­re musi­ca­li che han­no una dimen­sio­ne spes­so qua­si cine­ma­ti­ca. L’al­tro gran­de uni­ver­so che da sem­pre tes­se le fila del mio viag­gio in musi­ca è quel­lo del­la new wave e del post punk. L’o­scu­ri­tà di que­sti oriz­zon­ti è for­se il trat­to sono­ro che può da subi­to arri­va­re alle orec­chie di chi ascol­te­rà que­sto lavo­ro. Un lavo­ro dove la dimen­sio­ne spo­ken, mol­to cara a tan­ti arti­sti che, in modi diver­si nei gene­ri che ho cita­to, han­no uti­liz­za­to que­sta for­ma per espri­mer­si (Léo Fer­ré, Jim Mor­ri­son, Lau­rie Ander­son, Gil Scott-Heron, Tin­der­sticks, Arab Stap, Tom Wai­ts e mol­ti altri) è il car­di­ne attor­no a cui ruo­ta tut­ta la pro­du­zio­ne che è figlia di un sen­ti­re nato con l’in­ten­to di rac­con­ta­re e che richie­de quin­di di esse­re ascol­ta­to e non solo sentito.

Ami scri­ve­re roman­zi, reci­ta­re e impo­sta­re dei veri spet­ta­co­li tea­tra­li. Un’artista a 360 gra­di. Qua­le arti­sta o qua­le per­so­na a te cara ti ha ispirato?

La tra­sver­sa­li­tà e il dia­lo­go tra diver­se for­me espres­si­ve cat­tu­ra la mia imma­gi­na­zio­ne sin da quan­do ne ho memo­ria. Ricor­do da bam­bi­no il mio per­der­mi incan­ta­to davan­ti ai film di Gene Kel­ly. Quel suo esse­re per­fet­ta­men­te a pro­prio agio nel ruo­lo di atto­re come di bal­le­ri­no, di can­tan­te, regi­sta e coreo­gra­fo, il tut­to con una natu­ra­lez­za e un toc­co uni­co e incon­fon­di­bi­le mi scon­vol­ge­va­no. Era per me un per­so­nag­gio magi­co e come lui, in una dimen­sio­ne più con­tem­po­ra­nea lo era David Bowie. Arti­sti che mostra­va­no nel­le loro ope­re, a chiun­que fos­se suf­fi­cien­te­men­te curio­so per leg­ge­re fra le righe, una serie di por­te dal­le qua­li era pos­si­bi­le acce­de­re ad altri mon­di den­tro i qua­li vi sareb­be­ro sta­ti anco­ra altri uni­ver­si pron­ti ad atten­de­re di esse­re sco­per­ti, tut­ti magni­fi­ca­men­te col­le­ga­ti. E così da Bowie pote­vi facil­men­te imbat­ter­ti in Lind­say Kemp, genia­le bal­le­ri­no, coreo­gra­fo e mimo. Da lì in un istan­te ti sare­sti ritro­va­to alla Fac­to­ry di Andy Warhol con tut­te le impli­ca­zio­ni visi­ve e le sug­ge­stio­ni arti­sti­che, espres­si­ve e uma­ne che ciò avreb­be com­por­ta­to. In bre­ve avre­sti quin­di ini­zia­to la sco­per­ta dei tan­ti arti­sti che, in quel luo­go rea­le e idea­le, era­no cor­to­cir­cui­ta­ti. Dai più cono­sciu­ti (come Mick Jag­ger, Gra­ce Jones, Blon­die o lo stes­so Bowie) fino a quel­li più distan­ti dai radar del main­stream come i Kri­sma che dal­l’I­ta­lia fug­gi­ro­no pri­ma ver­so Lon­dra quin­di a New York per pro­dur­re musi­ca asso­lu­ta­men­te d’a­van­guar­dia sul fini­re degli anni ’70 e che in Ita­lia rien­tra­ro­no nascon­den­do­si fra le col­li­ne attor­no al Lago Mag­gio­re a metà anni ’90. Pro­prio in quel­le ter­re di lago, dove io vivo e lavo­ro, ebbi la for­tu­na di incon­trar­li all’i­ni­zio del­la mia car­rie­ra crean­do un soda­li­zio che mi por­tò anche a divi­de­re con loro il pal­co in più occa­sio­ni chiu­den­do uno dei tan­ti cer­chi aper­ti con il mio esse­re sem­pre alla ricer­ca di ispi­ra­zio­ni trasversali.

Quan­to è com­pli­ca­to pro­por­re un pro­get­to del gene­re in un pano­ra­ma musi­ca­le abi­tua­to al pop, rap, trap e hit estive?

Le “hit esti­ve” e i pro­dot­ti da clas­si­fi­ca sono sem­pre esi­sti­ti da che esi­ste la musi­ca pop. Pop nel sen­so anche più nobi­le ovve­ro popo­la­re che non signi­fi­ca in alcun modo “di poco valo­re”, tut­t’al­tro. Mol­tis­si­mi degli arti­sti che amo sono sta­ti “pop” in quel sen­so. Quan­do un bra­no diven­ta uni­ver­sa­le nascen­do in un con­te­sto di ricer­ca espres­si­va che si sin­te­tiz­za rimuo­ven­do ogni sovra­strut­tu­ra per far­si essen­zia­le è una sor­ta di incan­te­si­mo che ci met­te di fron­te a capo­la­vo­ri impre­scin­di­bi­li. Fin­tan­to che le hit sono figlie di quel­l’ap­proc­cio abbia­mo a che fare con pun­te di dia­man­te dove l’u­ni­co pro­ble­ma è sem­mai con­fron­tar­si con il genio di chi le ha crea­te. Tor­nan­do alle “hit esti­ve” di cui tu par­li, in una chia­ve di let­tu­ra pro­dut­ti­va più “seria­le”, non sareb­be­ro a loro vol­ta un pro­ble­ma così come non lo sono di per sé i gene­ri che hai cita­to. Non lo sareb­be­ro se, come è sem­pre sta­to, rap­pre­sen­tas­se­ro la fet­ta più gros­sa di un mer­ca­to musi­ca­le dove vi è però spa­zio anche per altri mon­di e dove ogni mon­do rie­sca a man­te­ne­re una pro­pria digni­tà e soste­ni­bi­li­tà. Cosa que­sta impre­scin­di­bi­le per man­te­ne­re vivo quel gene­re e gli arti­sti che lo popo­la­no. Il pro­ble­ma nasce, come capi­ta da alcu­ni anni a que­sta par­te, quan­do sem­bra non esser­vi più spa­zio per l’al­ter­na­ti­va alla pro­po­sta musi­ca­le domi­nan­te o quan­do lo spa­zio è tal­men­te risi­ca­to (e le pro­po­ste così nume­ro­se) da fago­ci­tar­si da sé e diven­ta­re invi­si­bi­le, inso­ste­ni­bi­le, inin­fluen­te. È quin­di dif­fi­ci­le pro­por­re un’al­ter­na­ti­va, lo è sem­pre sta­to e oggi lo è sen­za dub­bio anco­ra di più ed è for­se, pro­prio per que­sto, che è impor­tan­te man­te­ne­re la rot­ta e con­ti­nua­re a provarci.

Hai un aned­do­to che ti pia­ce rac­con­ta­re riguar­do un live o una espe­rien­za artistica?

Ce ne sono così tan­ti in ven­t’an­ni di musi­ca che dav­ve­ro non saprei da dove ini­zia­re. Com­pli­ce la sto­ria che ti rac­con­ta­vo poco fa potrei però dir­ti del­la pri­va vol­ta che incon­trai i Kri­sma. Ero in con­cer­to con la mia band del­l’e­po­ca in un cen­tro socia­le di Luga­no. La sala era pie­na e pia­ce­vol­men­te oscu­ra. Suo­na­va­mo un gene­re, in quel caso sì, inscri­vi­bi­le in pie­no nel mon­do dark wave. La den­si­tà del­l’at­te­sa di ini­zio con­cer­to fu rot­ta dal con­sue­to muro di suo­no e dal­le video instal­la­zio­ni che, già all’e­po­ca, accom­pa­gna­va­no i miei con­cer­ti. Il pub­bli­co si strin­ge­va sot­to il pal­co. Suo­nam­mo per alcu­ni minu­ti in un cre­scen­do di inten­si­tà fino a che notai, far­si spa­zio fra la gen­te, una don­na di mez­za età, mera­vi­glio­sa e fol­le nel suo aspet­to deci­sa­men­te gla­mour. Arri­vò fino alla pri­ma fila e salì sul pal­co aggrap­pan­do­si ai moni­tor ai miei pie­di. A quel pun­to si alzò guar­dan­do­mi drit­to negli occhi qua­si a voler­mi sfi­da­re quin­di mi scan­sò di lato. Ero sen­za paro­le. La asse­con­dai facen­do­mi alcu­ni pas­si più indie­tro e giran­do­mi a guar­da­re il resto del­la band men­tre ral­len­ta­va­mo fino a fer­mar­ci. Lei allo­ra si por­tò davan­ti al micro­fo­no scu­san­do­si col pub­bli­co per l’in­ter­ru­zio­ne e chie­den­do loro di ave­re pazien­za perché:

«Quel­lo a cui sta­te assi­sten­do è trop­po inten­so per ave­re dei suo­ni così di mer­da. Date­mi il tem­po di sistemarli».

Det­to que­sto sce­se dal pal­co e si pre­ci­pi­tò in regia dove il foni­co assol­da­to per la sera­ta si tro­vò ad asse­con­da­re ogni richie­sta di quel­la miste­rio­sa don­na che nel frat­tem­po ave­va ini­zia­to a gui­da­re anche noi che, diver­ti­ti e incre­du­li, ci pre­sta­va­mo a un nuo­vo soun­d­check del tut­to fuo­ri pro­gram­ma. Quel­la eccen­tri­ca figu­ra appar­sa dal nul­la era Cri­sti­na Moser ovve­ro metà dei Kri­sma, Cri­sti­na appun­to e Mau­ri­zio Arcie­ri che si cela­va fra il pub­bli­co. Nel­l’in­cre­du­li­tà gene­ra­le un cli­ma fra­ter­no e com­pli­ce ave­va pre­so pos­ses­so di tut­ta la sala. Fu amo­re a pri­ma vista.

Qua­le tra gli otto bra­ni dell’album sei più affezionato?

L’af­fe­zio­ne per i bra­ni di un disco è cosa che in me ten­de a muta­re man mano che la pro­du­zio­ne pro­ce­de. Amo­ri e disa­mo­ri si sus­se­guo­no in modo impre­ve­di­bi­le fino a che scat­ta il tota­le abban­do­no del­l’o­pe­ra quan­do, una vol­ta usci­ta, è come se non appar­te­nes­se più a chi l’ha crea­ta.
Devo però ammet­te­re che, nel caso di “Let­te­re da Altro­ve” sta acca­den­do qual­co­sa di leg­ger­men­te diver­so. Il natu­ra­le distac­co c’è, ma è un album che è nato, cre­sciu­to e che si è con­fi­gu­ra­to esat­ta­men­te come desi­de­ra­vo, sia da un pun­to di vista del suo­no che dei con­te­nu­ti. Ria­scol­tar­lo rie­sce quin­di a emo­zio­nar­mi ogni vol­ta e allo stes­so tem­po rin­no­va in me il desi­de­rio di un suc­ces­si­vo ascol­to pro­po­nen­do­mi, al con­tem­po, un nuo­vo inna­mo­ra­men­to.
In que­sti gior­ni la mia can­zo­ne pre­fe­ri­ta del­l’al­bum è “Nuvo­le in arrivo”.

Per con­clu­de­re, pro­via­mo ad avvi­ci­na­re alla tua musi­ca una per­so­na appa­ren­te­men­te scet­ti­ca. Cosa si deve aspet­ta­re da un pro­get­to musi­ca­le come “Let­te­re da Altrove”?

A uno scet­ti­co che deci­des­se di con­fron­tar­si con l’a­scol­to di que­sto disco sug­ge­ri­rei di seder­si e imma­gi­na­re di tro­var­si in un cine­ma ad occhi chiu­si. Gli chie­de­rei quin­di di rac­con­tar­mi, a fine ascol­to, che film han­no visto gli occhi del­la sua men­te e che cosa ha provato.

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