MUSICA

Rula Jebral e il suo delicato e importante monologo al Festival di Sanremo 2020

Momen­to mol­to toc­can­te del­la pri­ma sera­ta del Festi­val di San­re­mo è sta­to il mono­lo­go di Rula Jebral

Rula Jebral ha col­pi­to tut­ti par­lan­do del­le don­ne vit­ti­me di vio­len­za, tra cui pro­prio sua madre. Ed oggi ha sve­la­to alcu­ni retro­sce­na sul­la pole­mi­che che han­no accom­pa­gna­to la sua pre­sen­za sul pal­co accan­to ad Amadeus.

«Le pole­mi­che di Lega e Fra­tel­li d’I­ta­lia mi han­no lascia­to scioc­ca­ta, qual­cu­no era per­si­no per il con­trad­di­to­rio. Dal­la Rai ho rice­vu­to gran­de soste­gno e una liber­tà tota­le. Il diret­to­re di Ra1 mi ha com­mos­so e soste­nu­to fino in fon­do» dice Rula, rive­lan­do anche che il mono­lo­go reci­ta­to, citan­do i testi di alcu­ne tra le can­zo­ni ita­lia­ne più famo­se è sta­to scrit­to con la gior­na­li­sta Sel­vag­gia Luca­rel­li: «Mi ha aiu­ta­to a dire le cose giuste».

Que­sto è il monologo: 

Sono cre­sciu­ta in un orfa­no­tro­fio, insie­me a cen­ti­na­ia di bam­bi­ne. La sera, una per vol­ta, noi bam­bi­ne rac­con­ta­va­mo una sto­ria, le nostre sto­rie. Era­no una spe­cie di favo­le tri­sti. Non favo­le di mam­me che con­ci­lia­no il son­no, ma favo­le di figlie sfor­tu­na­te, che il son­no lo toglie­va­no. Ci rac­con­ta­va­mo del­le nostre madri: tor­tu­ra­te, ucci­se, vio­len­ta­te.
Ogni sera, pri­ma di dor­mi­re, ci libe­ra­va­mo tut­te insie­me di quel­le paro­le di dolo­re.
Io amo le paro­le. Ho impa­ra­to, venen­do da luo­ghi di guer­ra, a cre­de­re nel­le paro­le e non ai fuci­li, per cer­ca­re di ren­de­re il mon­do un posto miglio­re. Anche e soprat­tut­to per le don­ne. Ma poi ci sono i nume­ri.
E in Ita­lia, in que­sto magni­fi­co Pae­se che mi ha accol­to, i nume­ri sono spie­ta­ti: ogni 3 gior­ni vie­ne ucci­sa una don­na, 6 don­ne sono sta­te ucci­se la scor­sa set­ti­ma­na. E nell’85% dei casi, il car­ne­fi­ce non ha biso­gno di bus­sa­re alla por­ta per un moti­vo mol­to sem­pli­ce: ha le chia­vi di casa. Ci sono le sue impron­te sul­lo zer­bi­no, l’ombra del­le sue lab­bra sul bic­chie­re in cuci­na.
Mia madre Zakia, che tut­ti chia­ma­va­no Nadia, ha pre­so il suo ulti­mo tre­no quan­do io ave­vo 5 anni. Si è sui­ci­da­ta, dan­do­si fuo­co. Ma il dolo­re era una fiam­ma len­ta che ave­va comin­cia­to a sali­re e ad anne­rir­le i vesti­ti quan­do era solo un’adolescente. Il suo cor­po era qual­co­sa di cui vole­va libe­rar­si, era sta­to la sua tor­tu­ra. Per­ché mia madre Nadia fu stu­pra­ta e bru­ta­liz­za­ta due vol­te: a 13 anni da un uomo e poi dal siste­ma che l’ha costret­ta al silen­zio, che non le ha con­sen­ti­to di denun­cia­re. Le feri­te san­gui­na­no di più quan­do non si è cre­du­ti. L’uomo che l’ha vio­len­ta­ta per anni, il cui ricor­do incan­cel­la­bi­le era con lei, men­tre le fiam­me man­gia­va­no il suo cor­po, ave­va le chia­vi di casa. Men­tre Fran­ca Rame veni­va vio­len­ta­ta il 9 mar­zo del 1973, cer­cò sal­vez­za nel­la musi­ca. “Devo sta­re cal­ma. Devo sta­re cal­ma. Mi attac­co ai rumo­ri del­la cit­tà, alle paro­le del­le can­zo­ni, devo sta­re cal­ma”, reci­ta­va nel suo poten­te mono­lo­go “Lo stu­pro”, in cui riper­cor­re­va quel fat­to dram­ma­ti­co. Le paro­le del­le can­zo­ni pos­so­no esse­re mes­sag­gi d’amore e di sal­vez­za.
Io sono diven­ta­ta la don­na che sono per­ché lo dove­vo a mia madre, lo devo a mia figlia che è sedu­ta in mez­zo a voi. Lo dob­bia­mo tut­te, tut­ti, a una madre, una figlia, una sorel­la, al nostro pae­se, anche agli uomi­ni, all’idea stes­sa di civil­tà e ugua­glian­za. All’idea più gran­de di tut­te: quel­la di liber­tà.
Par­lo agli uomi­ni, ades­so. Lascia­te­ci libe­re di esse­re ciò che voglia­mo esse­re: madri di die­ci figli e madri di nes­su­no, casa­lin­ghe e car­rie­ri­ste, madon­ne e put­ta­ne, lascia­te­ci fare quel­lo che voglia­mo del nostro cor­po e ribel­la­te­vi insie­me a noi, quan­do qual­cu­no ci dice cosa dob­bia­mo far­ne. Sia­te nostri com­pli­ci. E quan­do qual­cu­no ci chie­de “Lei cosa ha fat­to per meri­ta­re ciò che è accaduto?”Sono sta­ta scel­ta sta­se­ra per cele­bra­re la musi­ca e le don­ne, ma sono qui per par­la­re del­le cose di cui è neces­sa­rio paral­re. Cer­to ho mes­so un bel vesti­to. Doma­ni chie­de­te­vi pure al bar “Com’era vesti­ta Rula?”.
Che non si chie­da mai più, però, a una don­na che è sta­ta stu­pra­ta: “Com’era vesti­ta, lei, quel­la not­te?”.
Mia madre ha avu­to pau­ra di quel­la doman­da.
Mia madre non ce l’ha fat­ta.
E così tan­te don­ne.
E noi non voglia­mo più ave­re pau­ra.
Voglia­mo esse­re ama­te.
Lo devo a mia madre, lo dob­bia­mo a noi stes­se, alla nostre figlie. Nes­su­no può per­met­ter­si il dirit­to di addor­men­tar­ci con una favo­la.
Voglia­mo esse­re note, silen­zi, rumo­ri, libe­re nel tem­po e nel­lo spa­zio.
Voglia­mo esse­re que­sto: musica.

RULA JEBREAL

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